Se l’orto sociale fa fiorire l’integrazione

Nel Lodigiano una casa cantoniera è stata trasformata in piccolo centro di accoglienza per richiedenti asilo e il giardino è diventato un orto sociale in cui ritrovarsi con il resto della comunità

Data di pubblicazione: 23 Giugno Giu 2017 1245 23 giugno 2017

L’integrazione e la rinascita della comunità si coltivano, letteralmente, con zappa e rastrello. Succede a Castelnuovo Bocca D’Adda, un comune di 1600 abitanti, all’estremo lembo del Parco Regionale Adda Sud dove una Casa Cantoniera abbandonata è stata ristrutturata e trasformata in un piccolo centro di accoglienza per 12 richiedenti asilo e il territorio circostante è diventato un orto sociale dove i ragazzi e gli abitanti del luogo possono lavorare la terra.

Il Sindaco Schiavi Tra I Ragazzi 2

“Per ora abbiamo raggiunto le associazioni del territorio impegnate in progetti di cittadinanza attiva e abbiamo solo 300 metri quadri in cui coltivare le verdure di stagione, ma l’obiettivo è molto più ambizioso”, spiega Gian Marco Locatelli, responsabile dell’iniziativa, sviluppata nell’ambito di Welfare Lodigiano di Comunità, il progetto sostenuto dal bando “Welfare di comunità” di Fondazione Cariplo. “L’idea è includere nel progetto 2mila metri quadri di terreno e aprirlo a tutti i cittadini, coinvolgendo anche i ragazzi dell’Istituto Tosi, una scuola di agraria storica del territorio, per progettare la trasformazione dell’orto in campo. Questa può essere davvero un’occasione, non solo per i ragazzi della casa cantoniera ma per tutta la comunità per conoscersi, creare nuove relazioni e costruire nuove opportunità per il futuro.”

Il cibo è un fattore molto personale, ha a che fare con la propria cultura e anche con il prendersi cura di sé stessi. Il fatto di poter cucinare ciò che si coltiva con le proprie mani ha un forte valore, anche terapeutico."

Gian Marco Locatelli, Welfare Lodigiano di Comunità

Se infatti oggi i prodotti dell’orto vengono principalmente consumati da chi qui ci vive e il cibo in eccesso è donato alle famiglie bisognose del paese, in futuro il raccolto di queste terre potrebbe innescare un nuovo circuito economico virtuoso. “Vorremmo che i prodotti coltivati qui entrassero nei circuiti dei gruppi di acquisto solidale e venissero integrati in altri sistemi di distribuzione sostenibile ed etica. Questa poi può essere un’occasione di formazione anche per le aziende agricole locali, spesso ancora troppo incentrate sulla monocultura che però non è più remunerativa come una volta”. Un’opportunità che può essere raccolta anche dai richiedenti asilo.

“Lavorare la terra significa anche imparare nuove competenze, che ormai sono patrimonio di pochi. In futuro questi ragazzi potrebbero prendere in gestione gli orti dismessi del nostro territorio, che gli anziani non riescono più a curare e che i più giovani non usano più.” Continua Locatelli. D’altronde l’idea di trasformare il giardino della Casa Cantoniera in terreno da coltivare è nata anche grazie a loro. “All’inizio volevamo affidare la cucina ad un catering ma i ragazzi hanno preferito fare da sé. Il cibo è un fattore molto personale, ha a che fare con la propria cultura e anche con il prendersi cura di sé stessi. Il fatto di poter cucinare ciò che si coltiva con le proprie mani ha un forte valore, anche terapeutico, se poi si pensa che questo può essere un modo per incontrare gli abitanti del luogo, praticare l’italiano e abbattere i pregiudizi è facile capire che il significato di questo progetto non è solo simbolico. Qui si nutre la terra ma si nutre anche la comunità e i legami che ci uniscono.”

Orto Alla Casa Cantoniera