A Milano cinque spazi fanno rinascere la comunità

I luoghi di incontro che accolgono i cittadini e li aiutano a trovare soluzioni comuni

Data di pubblicazione: 6 Aprile Apr 2018 1217 06 aprile 2018

Una porta aperta sulla strada, una vetrina quasi come un negozio, uno spazio in cui entrare sia facile. Tecnicamente si dice a bassa soglia, praticamente gli spazi di comunità del Progetto Nove+ sono luoghi vicini a chi abita il quartiere, dove si entra per la scuola di italiano, il corso di cucito, la ginnastica dolce per le mamme, il laboratorio di bigiotteria e si esce con un po’ più di sostegno al proprio ruolo genitoriale, da un indirizzo a cui rivolgersi per quel tormentato problema alla scoperta di un campus per i bambini o di un servizio che non si conosceva. Nove+ è un progetto di welfare comunitario di Mission Bambini sostenuto dal bando “Welfare di comunità” di Fondazione Cariplo. Partito nel marzo 2016 nella zona 9 di Milano (da qui il nome), è appena entrato nella sua terza annualità. Ha già raggiunto 11.682 cittadini, 389 dei quali partecipano attivamente alle azioni del progetto;

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410 sono le persone che, insieme agli operatori presenti negli spazi, sono riuscite a trovare una risposta ai loro bisogni, grazie ad una rete di risorse sociali e informali che il progetto ha contribuito ad attivare nei diversi quartieri. Si tratta in prevalenza di famiglie con figli minori intercettate proprio attraverso gli spazi di comunità. Famiglie che diversamente - spiega Alberto Barenghi, responsabile del progetto – non sarebbero arrivate ai servizi o almeno «lo avrebbero fatto molto più faticosamente».

Gli spazi di comunità avviati all’interno di Nove+ sono cinque: alla Comasina, ad Affori, a Dergano, in Bicocca e all’Isola. «La sfida di questi spazi è attrarre le persone che vivono il quartiere, proponendo attività legate ai bisogni educativi dei bambini e dei ragazzi. Da un lato si tratta di intercettare con queste proposte quelle persone che hanno bisogno di un aiuto sulla dimensione educativa ma che difficilmente intercetteresti con uno sportello dedicato alla consulenza genitoriale: la richiesta d’aiuto invece emerge nella conoscenza e nella confidenza», spiega ancora Barenghi. L’altro aspetto però è quello di «favorire l’accesso di persone del quartiere che riconoscendo lo spazio come proprio si mettono a disposizione per contribuire, con le loro competenze, a far nascere nuove proposte in ambito educativo, con soluzioni autoprodotte dai cittadini». Le persone che in questi primi due anni hanno usufruito di corsi e laboratori nei cinque spazi di comunità sono poco meno di 4mila, con 753 volontari, di cui molti formati proprio negli spazi di comunità.

La richiesta d’aiuto emerge nella conoscenza e nella confidenza.

Alberto Barenghi, responsabile di Nove+

Lo spazio di comunità insomma è un luogo semplice e familiare, ma in grado di attrarre e connettere pensiero: «il fatto di non vedersi ciascuno separato dall’altro ma insieme, ponendo al centro dell’attenzione di tutti il desiderio che i nostri ragazzi crescano bene», sintetizza Loris Benedetti, responsabile dello spazio di comunità della Comasina. «Il servizio che si fa vicino al cittadino sta funzionando perché tutte le iniziative proposte sono fatte con una intenzionalità, c’è un operatore che ha in mente di far nascere in chi ha di fronte delle domande sul tema educativo». Gli spazi di comunità sono insomma il motore del welfare di comunità che Nove+ voleva realizzare, il luogo che aggrega i soggetti e porta avanti esperienze con caratteristiche diverse da un quartiere all’altro, ma con un obiettivo comune.

Ma concretamente, cosa offrono gli spazi di comunità? «Quattro sono i filoni d’azione degli spazi di comunità, che lavorano per e con i genitori, per e con i giovani, per e con le scuole, per e con i cittadini», continua Benedetti. Sul fronte giovani, c’è uno spazio di ascolto e di orientamento, per accompagnare i ragazzi di 14-16 anni che devono scegliere cosa fare dopo la terza media o quelli appena più grandi che hanno interrotto un percorso di formazione professionale o che desiderano inserirsi nel modo lavoro. Lo spazio di comunità diventa quindi anche un luogo per intercettare giovani Neet, un risultato questo niente affatto semplice né scontato. Sul versante degli adulti si lavora in collaborazione con le associazioni di genitori che ci sono, nate dalla volontà di “fare qualcosa per i figli e per le scuole”, ma che faticano a darsi un metodo e strumento di lavoro: «noi le stiamo affiancando cercando in particolare di coinvolgere il più possibile i genitori immigrati, rendendoli protagonisti. Come? Facendo cose concrete. La festa di Natale o quella di Carnevale ad esempio o la scuola di italiano per genitori immigrati, che è partita in tre spazi su cinque, in cui non solo imparo la lingua ma anche altre cose che mi sono utili come genitore: abbiamo portato i genitori al Castello Sforzesco per fargli scoprire un contesto in cui poter andare con i propri figli, grazie a un volontario abbiamo fatto un corso di pronto soccorso domestico, molto apprezzato», esemplifica Benedetti.

Negli spazi di comunità, coinvolgendo genitori e volontari, sono nati diversi laboratori proposti alle scuole, con cittadini volontari, genitori o pensionati che, coordinati da un educatore, vanno nelle classi per presentare ai bambini temi connessi all’immigrazione e alla vita del quartiere, portando storie ed esempi concreti e cercando di coinvolgere i ragazzi. Tra gli "ospiti" arrivati nelle classi, una mamma straniera che ha presentato la cultura del proprio paese attraverso abiti e cibi tradizionali del suo Paese di origine e i falegnami che hanno dato vita al laboratorio di costruzione dei giocattoli nel quartiere.

Gli spazi di comunità dovrebbero essere la prima eredità concreta del progetto Nove+. In ogni caso «resta un metodo di lavoro che abbiamo acquisito, una capacità di lavorare in rete con le scuole del territorio che prima non era così forte. Adesso sappiamo che restare collegati è vincente per costruire una città più a misura di ragazzo. Questo rimarrà», conclude Benedetti.